Riapertura centro yoga - 2 Ottobre 2018

Abbandonare, abbandonarsi;
lasciar andare, lasciarsi andare;
non opporre resistenza;
arrendersi;
affidarsi.

Sono vocaboli, espressioni che si utilizzano frequentemente durante la conduzione delle lezioni di hatha yoga, invitano, inducono ad assumere e mantenere forme ( posture, asana ) nelle quali il corpo possa sentirsi a proprio agio, posizioni comode e stabili (1); una condizione che faciliti l'immergersi nel proprio respiro ed attraverso il respiro entrare sempre più in contatto con se stessi, col proprio corpo fisico, con le parti, le zone meno esplorate, o addirittura “sconosciute” e piano piano entrare in intimità col proprio spazio interiore.

Quello che viene richiesto è proprio il contrario di quanto comunemente sperimentato in una qualsiasi disciplina sportiva o ginnica : non spingersi al massimo, non accanirsi nella performance, ma bensì rilassarsi sempre di più dentro una determinata forma, offrirsi a quella forma, divenendo, gradualmente, ad ogni espiro sempre un po' di più, passivi. Il corpo/mente si abitua nel tempo ad andare spontaneamente a ricercare il punto di equilibrio fra la tenuta e l'abbandono; si abitua a scoprire/riconoscere il proprio limite che viene accettato, rispettato, accolto e proprio attraverso l'accettazione, il rispetto, l'accoglienza viene, al momento giusto, superato, se superato deve essere.

Questo “allenamento” del corpo/mente ad assumere questo atteggiamento diventa anche “un modo di porsi”sul piano interiore. I due livelli, quello più fisico/materico/grossolano e quello più sottile, lavorano insieme, si evolvono insieme e l'uno e l'altro vicendevolmente si stimolano. La cosiddetta “pratica sul tappetino”diviene piano piano un modo di stare al mondo.

A proposito di 'abbandono' facciamo un cenno all'ultimo dei cinque niyama ( regole, precetti ) che costituiscono il secondo degli otto livelli ( membra, parti ) in cui Patanjali suddivide lo yoga classico, ashtanga yoga, lo yoga dell'ottuplice sentiero :

Isvara Pranidhana.

Alcune delle traduzioni proposte sono :

  • dedizione totale al Signore;
  • abbandono al Signore;
  • abbandonarsi nelle braccia del Signore;
  • abbandonarsi al divino.

Una possibile interpretazione è quella di contattare e riconoscere dentro di noi il divino, il guru interiore, la nostra pura essenza e lasciarsi andare a questa, lasciarsi fluire senza più opporre resistenza e soprattutto senza più ricercare al di fuori ciò che è insito in noi.

Lasciarsi trasportare dal fiume della vita, dalla chiara visione, dalla conoscenza aderendo così pienamente al nostro dharma, la nostra strada.

La cosmogonia Samkhya che sottende lo yoga classico non comprende l'esistenza di Dio e la meta ultima non è la ricostituzione dell'unione primordiale con il tutto cosmico ( come invece proposto dalla Bhagavad Gita ), bensì il superamento di avidya ( la non coscienza o la non conoscenza o ignoranza o obnubilamento ) attraverso il raggiungimento della capacità di discernere fra spirito ( purusha ) e materia ( prakriti ).

“Più diffusa e convincente risulta invece la posizione di quanti ritengono insito fin dalle origini dello yoga il concetto dell'abbandono a Isvara. Questi è essenzialmente inteso come il Divino Precettore, il modello interiore che lo yogin deve ritrovare attraverso la purificazione e la trasformazione del proprio cuore in tabernacolo. Isvara non è esterna presenza che interviene su un praticante passivo per salvarlo o sceglierlo con imperscrutabile grazia elettiva ma paradigma di riferimento a cui lo yogin ispira attivamente ed indefessamente il suo operare per rendersi sempre più simile al suo modello”. ( Marilia Albanese “Lo yoga” ).

Un'altra accezione di 'abbandono' può essere relativa all'atteggiamento di non attaccamento in particolare applicato al Karma Yoga, la via dell'azione.

Abbandono dell'attaccamento ai frutti dell'azione e cioè l'agire disinteressato che non crea conseguenze karmiche, anzi costituisce una delle strade di liberazione/realizzazione : il Karma Yoga, lo yoga dell'azione disinteressata (v. Bhagavad Gita ).

Note :

(1) 2.46 La posizione (asana) deve essere stabile (sthira) e confortevole (sukha). 2.47 E ciò è assicurato quando si allenta lo sforzo per mantenere la posizione e quando la mente rifletta la condizione dell'infinito. ( Patanjali “Yoga Sutra” ).

NF.

Teoria dello Yoga